Dai suoni ossessivi ai video senza significato: un’analisi multidisciplinare (pedagogica, psicologica e criminologica) per comprendere e contrastare l’assuefazione ai contenuti
Negli ultimi mesi si sta diffondendo, tra bambini e preadolescenti, un nuovo fenomeno digitale noto come brainrot. Non si tratta solo di “video assurdi” o “contenuti senza senso”, ma di vere e proprie esperienze audiovisive dissocianti, spesso generate da intelligenze artificiali, che alterano la soglia d’attenzione e influenzano lo sviluppo cognitivo e affettivo dei più piccoli.
Chi lavora in ambito educativo, psicologico e clinico non può più ignorarlo.
È tempo di capire come funziona, chi lo produce, e come intervenire per prevenirne la dipendenza.
Cosa si intende per brainrot,un contenuto che non comunica, ma cattura
Il termine brainrot (letteralmente “marciume cerebrale”) identifica una tipologia di contenuto digitale virale basata su:
- voci sintetiche e ripetitive,
- suoni ossessivi (come “tum tum tun sahur”),
- immagini deformate spesso prodotte con l’AI,
- assenza totale di significato semantico o narrativo.
Questi stimoli, apparentemente innocui o comici, attivano nei bambini pattern compulsivi di consumo, alterando la loro capacità di concentrazione, riflessione e selezione critica.
Area psicologica, quando l’attenzione si disintegra: cosa succede nella mente e nel comportamento
I bambini tra i 2 e i 12 anni esposti precocemente al brainrot sviluppano:
- ipersensibilità allo stimolo sonoro,
- intolleranza al silenzio e alla narrazione lenta,
- tendenza a cercare contenuti rapidi e svuotati di significato,
- comportamenti simili a stati di dissociazione leggera o automatismo passivo.
Il risultato è una vera dipendenza cognitiva: il bambino si tranquillizza solo davanti a questi stimoli, ma in realtà si depotenzia emotivamente.
Quando il linguaggio si spegne e la narrazione sparisce
Il brainrot non insegna nulla,anzi:
- abbassa la soglia di comprensione linguistica,
- impedisce lo sviluppo di un pensiero critico,
- alimenta modelli imitativi senza contenuto e senza relazione,
- riduce il bambino a uno spettatore passivo, incapace di costruire significato.
La pedagogia deve intervenire con narrazioni lente, rituali sonori positivi, ascolto attivo, reintegrando forme di concentrazione e presenza.
Il corpo fermo e la perdita del senso di sé
Il consumo prolungato di contenuti brainrot riduce l’esperienza corporea a recettività passiva. Il corpo:
- non si muove,
- non elabora,
- non partecipa.
Si tratta di una de-sessualizzazione e de-identificazione precoce, che interferisce con la formazione dell’identità maschile e femminile nei bambini.
Servono attività corporee guidate, ritmi reali, giochi motori e ascolti concreti per recuperare il legame tra mente, emozione e gesto.
Chi produce questi contenuti e perché funzionano così bene
Chi diffonde questi contenuti?
- Piattaforme digitali che premiano ciò che è virale, non ciò che è educativo.
- Bot e account automatizzati che testano cosa genera più engagement.
- Agenzie e creator che, consapevolmente o meno, stanno costruendo una cultura del nonsense.
Il brainrot desensibilizza, distrugge il senso critico, e abitua all’assurdo. È uno strumento di manipolazione “soft” che agisce sulla percezione, sulla soglia attentiva e sullo sviluppo emotivo.
Strategie concrete per disinnescare la dipendenza
✳ Non vietare: sostituire con contenuti sensati e affettivi
- Narrazione lenta, ma ritmica.
- Ascolti sonori umani (voce narrante, suoni della natura).
- Esperienze condivise e non solitarie.
✳ Educare il corpo a riconoscere il reale
- Attività motorie (danza, yoga, percussioni).
- Esperienze tattili e musicali con oggetti veri.
✳ Coinvolgere i genitori
- Far comprendere che non è una moda, ma un condizionamento strutturato.
- Offrire esempi alternativi, rituali familiari, momenti senza schermo.
✳ Raccontare ai bambini il meccanismo
- Svelare la natura artificiale del brainrot.
- Aiutarli a distinguere ciò che diverte da ciò che nutre davvero.
Dare forma al vuoto
Il brainrot non è solo un contenuto sciocco, ma una forma di condizionamento percettivo precoce, pensata per saturare l’attenzione, intorpidire il pensiero e spegnere il senso critico.
Bisogna dunque, restituire significato dove prima c’era solo rumore, aiutare i bambini a comprendere cosa stanno guardando, perché lo guardano, e cosa succede dentro di loro quando lo fanno. Sostituire il vuoto con una narrazione il loop con una relazione,l’ossessione ritmica con un’esperienza che lasci un segno.
Non serve censurare, ma proporre alternative, contenuti che non siano solo intrattenimento, ma occasione di crescita, di ascolto, di identità. Serve raccontare ai bambini che non tutto ciò che diverte nutre, e che ciò che nutre davvero ha bisogno di tempo, di silenzio, di presenza.
Educare al senso, oggi, è una forma di resistenza culturale e forse anche l’unica strada per non perdere intere generazioni nel rumore di ciò che non dice niente..

