
Ho intervistato il professore Aldo Lucio Guzzetta, docente specializzato di sostegno alle attività didattiche, negli istituti di istruzione secondaria di secondo grado,calciatore e coach sportivo con esperienza trentennale.
Qual è il ruolo dell’insegnante di sostegno e quali competenze deve possedere?Mi parli degli aspetti più significativi? La figura del docente di sostegno è essenziale all’interno del sistema educativo, poiché svolge un ruolo centrale nel processo di inclusione degli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali. Per assolvere a questa funzione è necessario possedere un insieme articolato di competenze: psico-pedagogiche, didattiche e relazionali, unite a una conoscenza approfondita delle diverse tipologie di disabilità. Sul piano psico-pedagogico, chi ricopre questo incarico deve saper comprendere le modalità di apprendimento degli alunni e individuare le strategie più efficaci per supportarli. È fondamentale valutare i bisogni specifici di ciascuno, così da progettare interventi personalizzati e piani di studio mirati che favoriscano partecipazione e inclusione.Le competenze didattiche riguardano la capacità di applicare metodologie flessibili e adattabili, integrando strumenti e tecnologie che facilitino l’apprendimento, come software specifici e dispositivi di supporto. Altrettanto importante è la possibilità di differenziare l’insegnamento, modulandolo in base alle caratteristiche e ai bisogni degli studenti. La dimensione comunicativa riveste un ruolo chiave: occorre saper instaurare un dialogo chiaro ed efficace con gli alunni, le famiglie e i colleghi, adattando il proprio stile alle diverse situazioni. Empatia e sensibilità diventano qualità indispensabili per intercettare e rispondere alle esigenze emotive e sociali degli studenti. Il lavoro si sviluppa inoltre in un’ottica di collaborazione costante: è necessario saper condividere informazioni e progettualità con colleghi, terapisti e altri professionisti della salute, operando in sinergia per il benessere dell’alunno. Infine, risulta imprescindibile una conoscenza approfondita delle caratteristiche delle diverse disabilità e delle loro implicazioni sull’apprendimento e sulla partecipazione scolastica. Particolare attenzione richiede la comprensione dei disturbi dello spettro autistico e delle disabilità sensoriali, come quelle visive e uditive, che necessitano di strategie mirate di intervento.In definitiva, si tratta di un ruolo che richiede grande versatilità, capacità di adattamento e spirito di collaborazione, al fine di garantire un percorso educativo realmente inclusivo e olistico.
Cosa ami del tuo lavoro?Ti sei mai sentito sconfortato, poco gratificato o demotivato?Se si, come hai superato questi momenti d’ “impasse”? Del mio lavoro amo soprattutto lo stare accanto agli alunni, condividere con loro i momenti quotidiani e osservare i progressi che compiono lungo il percorso di crescita. Vedere un ragazzo raggiungere i propri obiettivi rappresenta per me una soddisfazione profonda, capace di dare nuova linfa e motivazione per continuare con rinnovato entusiasmo. Naturalmente non sono mancati momenti di sconforto. All’inizio della mia carriera, talvolta mi percepivo come una presenza marginale in classe, quasi un tappabuchi. Con il tempo però, grazie alla perseveranza e alla dedizione, sono riuscito a superare quelle difficoltà e a riconoscere il valore autentico del mio ruolo.
Sentiamo spesso parlare di “inclusione”, puoi spiegare, anche ai non addetti ai lavori, a cosa ci riferiamo, facendo richiamo anche al mondo dello sport? Sono numerosi gli aspetti attraverso i quali lo sport favorisce l’inclusione. Esso promuove abilità sociali fondamentali come la comunicazione, la cooperazione e il rispetto reciproco. Le attività sportive, inoltre, rappresentano un’importante occasione di integrazione per le persone con disabilità, contribuendo a sviluppare comprensione e accettazione all’interno della società. Lo sport apporta benefici anche sul piano fisico e psicologico: riduce stati di ansia e stress, migliora il benessere generale e rafforza la fiducia in sé stessi.
Cosa ritieni essenziale per favorire una reale inclusione scolastica ed extrascolastica?Che strategie di intervento utilizzi? Per favorire l’inclusione scolastica ed extrascolastica è necessario mettere in atto precise strategie e atteggiamenti. A scuola, innanzitutto, occorre creare un ambiente che accolga e valorizzi le diversità, garantendo una formazione continua agli insegnanti e al personale scolastico sulle pratiche inclusive e sulle esigenze degli alunni con disabilità. È fondamentale predisporre piani di studio personalizzati, attuare una comunicazione efficace e trasparente tra docenti, studenti, famiglie e professionisti, così da favorire la condivisione e la collaborazione. Le strategie possono essere molteplici: promuovere una didattica inclusiva, lavorare in gruppi eterogenei, sviluppare progetti mirati, supportare in maniera specifica gli alunni con difficoltà e coinvolgere costantemente le famiglie. Il monitoraggio e la valutazione delle attività risultano indispensabili per verificare l’efficacia degli interventi e, se necessario, introdurre eventuali modifiche. Un ruolo altrettanto importante è svolto dagli interventi extrascolastici, come quelli promossi dalle associazioni presenti sul territorio. Anche in questo ambito è fondamentale che le iniziative siano attentamente programmate e pianificate, evitando improvvisazioni e garantendo un percorso inclusivo coerente e strutturato.
Secondo te, vi un coinvolgimento assoluto della scuola che cerchi nella prassi, di superare le difficoltà legate all’integrazione degli studenti e delle studentesse che vivono una condizione di disabilità? Pensi sia presente una sinergia anche con le famiglie, gli enti locali, associazioni sportive e culturali? Negli ultimi anni tanti passi avanti si sono fatti per ciò che riguarda l’inclusione dei soggetti diversabili, ma si potrebbe fare ancora meglio. Bisogna ulteriormente migliorare la sinergia tra scuola, famiglie , enti locali, associazioni sportive e culturali. Un intervento programmato dei vari soggetti non può far altro che migliorare le condizioni del soggetto disabile.
Riscontri difficoltà nel rapportarti con le famiglie e con il gruppo classe? Nel corso della mia esperienza mi è capitato, a volte, di incontrare difficoltà nel rapporto con alcuni genitori. Ciò è avvenuto soprattutto quando non è stato possibile instaurare una comunicazione adeguata o quando le aspettative delle famiglie rispetto all’educazione e al supporto dei figli erano molto diverse dalle reali possibilità. Talvolta ho avuto a che fare con genitori che faticavano ad accettare la disabilità, manifestando frustrazione che inevitabilmente influenzava i rapporti umani e la collaborazione con la scuola.Anche all’interno delle classi resta ancora molto da fare sul fronte dell’integrazione degli alunni con disabilità. Persistono infatti barriere che devono essere superate attraverso pratiche didattiche realmente inclusive. È fondamentale che i consigli di classe promuovano attività di gruppo e momenti di confronto, educando gli studenti ai valori dell’inclusione, della diversità e del rispetto reciproco.
In che modo l’intelligenza emotiva può essere utile per favorire l’in ione scolastica? In questo percorso un ruolo decisivo può essere svolto dall’intelligenza emotiva. Essa rappresenta una risorsa determinante per costruire un ambiente scolastico in cui ogni alunno possa sentirsi protagonista. Docenti con un buon livello di intelligenza emotiva sono in grado di comprendere meglio le esigenze degli studenti con disabilità, favorendo un clima accogliente e inclusivo all’interno del gruppo-classe. Inoltre, questa competenza contribuisce a ridurre ansia e stress, a prevenire conflitti e a gestire le situazioni difficili in modo costruttivo, rendendo più armonico il processo educativo.

Nel percorso artistico e letterario di Giorgio Valerio Galli convivono disciplina creativa, e una costante attenzione verso le profondità più complesse dell’animo umano. La sua formazione, che intreccia musica e scrittura, contribuisce a delineare una voce narrativa distintiva, capace di trasformare introspezione, tensione psicologica e ricerca esistenziale in opere dal forte impatto emotivo. Attraverso romanzi premiati e riconoscimenti significativi, Giorgio Valerio Galli ha consolidato una presenza autoriale caratterizzata da una scrittura che indaga, attraversa e mette in discussione le fragilità, le contraddizioni e le dinamiche interiori dell’essere umano. In questa intervista esploreremo il suo percorso, le influenze che modellano la sua produzione, il rapporto tra esperienza personale e creazione narrativa, e la visione che sostiene una scrittura profondamente orientata alla comprensione della complessità psicologica.
Per chi ancora non conoscesse Giorgio Valerio Galli, come descriveresti te stesso e quali aspetti del tuo vissuto personale e artistico ritieni abbiano maggiormente definito la tua identità creativa?
Sono una persona come molte altre, a cui piace fare tante cose e che spesso si lamenta di non avere abbastanza tempo per farle Di base sono un musicista e un insegnante, ma mi definisco una persona curiosa, anche se in realtà, a livello caratteriale, sono piuttosto introverso. Scrivere e suonare sono le cose che sempre fatto, praticamente fin da quando ho memoria, e che ho continuato a coltivare come i miei due più grandi amori fin da bambino. Per ciò che riguarda la scrittura il percorso è stato abbastanza accademico: liceo classico, laurea in Lettere e specializzazione in Filologia moderna (mi pare che all’epoca si chiamasse così), ma credo che quello sia stato solo il punto di partenza. Credo infatti che
un certo grado di formazione sia indispensabile ma che, come al solito, è il lavoro sul campo quello che plasma nostra professionalità, quello che con il tempo rende i nostri esperimenti d’inchiostro un prodotto con una forma ben definita nel quale si coniugano tanto i nostri interessi quanto le nostre attitudini. Per ciò che mi riguarda, nutro particolare
interesse per la psicologia umana: scovare i meccanismi di azione-reazione, le motivazioni più o meno evidenti che stanno alla base di ogni scelta e la meravigliosa incoerenza di certi atteggiamenti dettati più dall’istinto che dalla ragione hanno sempre esercitato un certo
fascino su di me, tanto da riproporli come colonna portante di tutte le storie pubblicate finora. In generale, poi, credo che la lettura sia un’alleata non solo preziosa, ma imprescindibile se si vuole provare a scrivere una storia, di qualsiasi portata o genere essa
sia.
La musica rappresenta una componente fondamentale della tua formazione. In che modo il tuo essere violinista dialoga con la scrittura e influenza il tuo modo di costruire atmosfere, emozioni e profondità narrativa?
La musica è principalmente disciplina, concentrazione, dedizione e impegno, anche senquando si suona facciamo di tutto per far sembrare che quello che stiamo facendo ci venga indotto da una sorta di ispirazione divina. Beh… non è così e la favola meravigliosa del
talento generato dal nulla è tanto romantica quanto irreale (salvo alcuni rarissimi casi); allo stesso modo funziona la scrittura, o almeno questa è la mia modesta opinione. Ogni volta che rileggo una frase cerco di renderla il più perfetta possibile e non solo a livello semantico o logico: deve suonare anche bene, per lo meno alle mie orecchie, e avere il giusto grado di musicalità. Le pause, il ritmo, la cadenza e soprattutto la scelta delle parole: credo che siano fondamentali non solo per riuscire a esprimere al meglio ciò che cerchiamo di dire, ma anche per rimanere più impresse nella mente di chi ci legge. Mi vengono in mente quei vecchi fogli di carta carbone che, messi sotto al foglio, riproducevano esattamente i tratti delle nostre matite su una nuova pagina: ecco, credo che il lavoro di uno scrittore sia principalmente quello, cercare cioè di riprodurre il più fedelmente possibile ciò che gli si agita in testa e renderlo comprensibile agli altri. Mi rendo conto che può sembrare un po’ estremo e cervellotico, ma da lettore faccio molto caso non solo alla storia che mi viene raccontata, ma anche al come mi viene proposta. Per fare un esempio (senza fare nomi) ci sono racconti di autori meravigliosi che pur non parlando praticamente di nulla riescono a tenerti incollato alle pagine e romanzi decisamente più elaborati e complessi che risultano sterili e piatti perché magari buttati giù con un periodare spiccio e arraffazzonato. Forse, come in ogni cosa, è l’equilibrio ciò che conta davvero, il riuscire a dire la cosa giusta nel miglior modo possibile in termini di chiarezza, semplicità e con la giusta sensazione da rievocare.
Hai ottenuto riconoscimenti importanti già in giovane età. Qanto hanno contribuito queste esperienze iniziali a rafforzare la tua consapevolezza autoriale?
Moltissimo: come ho detto scrivere è una cosa che ho sempre fatto e se mi guardo indietro mi viene quasi da sorridere ripensando a tutte le pagine che ho disseminato lungo il mio percorso. Ovviamente, il 90% di queste carte erano esperimenti, racconti o pensieri ammassati dentro la scrivania, alcuni solo abbozzati, altri mai terminati, che però mi hanno
aiutato nel corso del tempo ad affinare le mie capacità e soprattutto a trovare la mia dimensione. Se penso che il mio primo romanzo l’ho terminato a 14 anni mi viene quasi da ridere: una sorta di imitazione in chiave apocalittica dei libri che all’epoca mi erano rimasti più impressi. Ovviamente è ancora lì nel mio cassetto e non ho nessuna intenzione di farlo uscire. A diciannove anni però, un mio racconto è arrivato secondo a un concorso letterario importante (che tra le altre cose è ancora vivo e più attivo che mai) e quello mi ha fatto pensare che forse c’era anche del buono in ciò che scrivevo. Ho continuato a leggere, a suonare, a studiare e soprattutto a vivere; poi il lavoro, i concerti e tutto ciò che la vita da adulto ti pone davanti, ma non ho mai smesso di scrivere. Finché, nel 2023 un’altra mia storia, il romanzo “Nella Morte e nell’Amore”, ha iniziato a farsi strada tra le competizioni letterarie: vincitore del concorso letterario Argentario e premio Caravaggio 2023, finalista al concorso Bukowski 2023, quinto al concorso “Tre Colori” (che lo ha inserito nella classifica “I 200 libri più belli d’Italia”) e, soprattutto, vincitore assoluto del concorso Set Art 2024, bandito dalla casa editrice omonima che ne ha anche curato la pubblicazione. Cosa analoga è accaduta a “Il Cacciatore di Colori”, premiato in altre competizioni e vincitore del concorso “Romanzi e generi” indetto da Edizioni Italiane con cui si è aggiudicato un contratto di pubblicazione gratuito. È successo tutto molto in fretta e nel giro di qualche mese sono usciti due libri con due case editrici diverse, entrambi con il mio nome sopra e per cui non mi è stato chiesto un centesimo. È stato strano, meraviglioso certo, ma anche disorientante. Ovviamente non sono diventato famoso e anzi per il mio ultimo romanzo “I Confetti di Charlie” ho scelto di fare un’esperienza diversa, ancora più rischiosa: quella cioè di pubblicare in self e diventare io stesso promotore del mio lavoro.
Confesso che forse, se non avessi avuto quei riconoscimenti e soprattutto la fiducia nelle mie capacità che quei risultati mi hanno aiutato a far sbocciare, non avrei avuto il coraggio di fare questo salto nel buio e tutt’oggi, a due mesi dalla sua uscita, a volte mi ritrovo un
po’ spaesato a pensare di dover fare tutto da solo. Ma credo nel mio lavoro, nella mia dedizione e nell’impegno che metto nelle cose che faccio e finora ne sono stato ricompensato.
Le tue opere mostrano una particolare attenzione verso la psicologia umana e le complessità interiori. Da dove nasce questa esigenza narrativa?
La psicologia è una scienza che mi ha sempre interessato, fin da bambino. Dopo la scuola,avevo anche pensato di sceglierla come facoltà universitaria, ma alla fine la vita mi ha portato altrove. Il mio interesse però è rimasto e ho continuato a coltivarlo insieme alle mie altre due passioni: la scrittura e la musica. Perché la psicologia? Perché credo che scandagliare l’animo delle persone, analizzare i diversi aspetti che compongono il nostro essere e indagare le motivazioni alla base di ogni comportamento sia una conoscenza preziosa, in grado di migliorarci, di permetterci di capire l’altro e, soprattutto, di farci capire dall’altro. Il secolo appena passato è stato pieno di nichilismo, di maschere, di sfiducia nel prossimo e di inferni tarati sugli altri; tutte cose che, se pure in modo decisamente più velato e silenzioso, sono presenti anche oggi. A stento ci si riconosce, ci si guarda poco in faccia e si ha sempre meno tempo da investire sugli altri; siamo alienati dai social e camminiamo senza neanche guardarci intorno, inseguendo una tecnologia che ci ha fatto perdere il contatto coi nostri simili. Ecco, credo che suscitare un’emozione, una qualche forma di empatia verso un personaggio in cui ci identifichiamo per scelte, paure, manie, debolezze e, perché no, anche vizi e tormenti, sia un passo importante verso il risveglio di una coscienza che è sempre più forma e meno sostanza. Forse, se riuscissimo davvero a capirci l’un l’altro senza assecondare il bisogno impellente di giudicarci come fossimo a un tribunale rionale, il mondo potrebbe davvero essere diverso. Piccole cose, per carità, ma che ci ricordano che siamo uomini, che sbagliamo certo, ma che a volte, se perdonati, possiamo anche rimediare.
Nei tuoi romanzi emergono spesso fragilità, conflitti emotivi e tensioni esistenziali. Quanto ritieni sia essenziale raccontare la vulnerabilità dell’essere umano?
Ognuno di noi ha fragilità, conflitti emotivi e tensioni esistenziali; io cerco solo di portarli alla luce, mostrando come a volte l’esempio di un personaggio possa innescare in chi legge delle riflessioni che altrimenti non si prenderebbe il lusso di fare. E questo non certo per incapacità, ma per fretta: andiamo tutti sempre di corsa, ma quando ci fermiamo a leggere è come se il nostro cervello si predisponesse all’ascolto e alla comprensione, aprendo finestre e porte che nella vita normale teniamo tendenzialmente chiuse. E poi, per quanto possa sembrare banale, il disagio, la depressione, la dipendenza e ogni altra forma di disfunzione fanno capo a una sintomatologia di pensiero sempre uguale a sé stessa;
cambia l’oggetto delle nostre ossessioni, ovvio, ma il modo in cui il nostro corpo e la nostra coscienza rispondono sono molto più comuni di quanto si voglia ammettere. Capire questo, almeno secondo me, è il primo passo verso l’annullamento di quel piedistallo che ci fa sentire speciali, intoccabili e spesso anche tanto soli. Siamo diversi, certo che lo siamo, ma funzioniamo più o meno tutti allo stesso modo e forse, riuscendo a capire gli altri, sarà anche più facile capire noi stessi.
Ogni tua opera possiede caratteristiche proprie, ma esiste una visione o una tematica centrale che senti attraversare costantemente la tua produzione letteraria?
Assolutamente sì. Ogni storia finora pubblicata, ma anche quelle già terminate o di prossima pubblicazione, hanno con sé una serie di tematiche ricorrenti di cui il disagio, il sentirsi fuori posto, l’alienazione e l’isolamento sono solo le punte dell’iceberg. Forse uno dei fili rossi più evidenti è la condanna a una contemporaneità che ci vuole soli, distratti e
perennemente di fretta, fino a perdere di vista ciò che davvero conta in una società di uomini e donne moderni: il contatto e lo scambio continuo con gli altri. “Il Cacciatore di Colori” è piuttosto emblematico in questo senso, ma anche “I Confetti di Charlie” ne è un chiaro esempio: sono storie reali, che raccontano personaggi reali, veri fino all’osso. “Nella
Morte e nell’Amore”, invece, è qualcosa di leggermente diverso, più personale e autobiografico per certi aspetti, ma che mette in luce quanto questo bisogno degli altri, anche solo di un’unica persona, sia drammaticamente importante per ognuno di noi. Certo, per fare questo, mi avvalgo di mostri, incubi, serial killer o sostanze psicotrope, ma sono solo espedienti con cui rendere ancora più evidente quanto l’incomunicabilità e la solitudine non siano affatto la strada giusta da percorrere.
Quando inizi a sviluppare una nuova storia, cosa guida maggiormente il tuo processo creativo?l’emozione, il personaggio o la struttura narrativa?
Di solito quando inizio una nuova storia ho più o meno chiaro in testa ciò che deve succedere; questo perché prima di prendere la penna – o di accendere il computer – lascio passare alcune settimane in modo che le mie idee prendano forma, sedimentino per così dire, in qualcosa di sempre più definito. Di solito è l’emozione a guidarmi, nel senso che
scelgo una determinata emozione – o un ventaglio di emozioni – da far provare ai miei personaggi: nel caso di Charlie, per esempio, volevo raccontare la vita di un ragazzo che si convince di soffrire di un disturbo bipolare. In “Nella Morte e nell’Amore”, invece, è l’amore ciò che guida la narrazione, insieme con la disperazione, la dipendenza e il fardello del lutto. Capita, però, che sia anche una situazione ad accendere la lampadina nella mia mente: ne “Il Cacciatore di Colori” è stata la scena iniziale il motore di tutto. Quella e la parola “cloroformio” che, nel momento stesso in cui mi sono soffermato a riflettere sulla sua musicalità, ha avuto un impatto immediato e devastante nello svolgimento della mia storia. In un altro romanzo, probabilmente il prossimo che pubblicherò questo inverno, sono state le battute prese da un dialogo di un cartone animato a darmi l’idea per la storia.
In un paio di altri casi è stata la struttura narrativa a guidarmi, ma non nei romanzi finora pubblicati. Per quanto riguarda la costruzione dei personaggi, invece, a volte parto da un nome o da un modo di dire, da un’espressione che credo stia bene loro in bocca, da una mania, una barzelletta o perché no, una musica; ma sono solo scintille, inneschi per
qualcosa di più profondo che di volta in volta trova una strada, o per meglio dire uno spunto diverso da cui partire.
Quanto il tuo vissuto personale e la tua sensibilità influenzano la costruzione psicologica dei personaggi che porti sulla pagina?
Tutto e niente. Come mi è capitato di dire altre volte, chi scrive deve essere un abile mistificatore, in grado di dare voce alle proprie esperienze e camuffarle con ciò che invece non lo riguarda affatto. Dobbiamo essere poliziotti, pompieri, eroi senza macchia o feroci assassini e nascondere in ogni figura che stiamo delineando qualcosa di noi che renda i
nostri personaggi credibili e immedesimabili; confondere la finzione con la realtà, insomma, fino a renderla così reale da risultare intercambiabile con la verità. A quel punto, dobbiamo solo cercare di coprire tutte le tracce che portano a noi; come già detto, di base sono piuttosto introverso e metto sempre molta cura in quest’ultima parte.
In un panorama culturale sempre più orientato verso immediatezza e velocità, quanto ritieni sia ancora importante proporre una narrativa introspettiva e psicologicamente complessa?
Personalmente lo ritengo fondamentale: credo infatti che tutta questa accelerazione possa far perdere, a lungo andare, il vero senso delle cose. Non solo, ma credo ancora in quella scuola secondo cui per far bene le cose ci vuole del tempo, il sano studio e la fatica di chi tende sempre a migliorarsi. È naturale che un panorama culturale sempre più orientato
sulla velocità e l’immediatezza perda parte della cura con cui confeziona i propri prodotti, ma non è questo secondo me il vero problema: il rischio è quello di creare un pubblico che sia sempre più avvezzo a standard qualitativi peggiorativi, che si accontenti di un impoverimento generale sempre più marcato e che finisca per riproporlo all’interno delle
proprie relazioni sociali, all’interno della propria famiglia, secondo un’abitudine sempre più radicata che ci rende schiavi di una mediocrità che a un certo punto non saremo neanche più in grado di distinguere. Ovviamente non credo di cambiare il mondo con le mie storie,
né di invertire il flusso di tendenza o la moda, ma scrivere di argomenti che costringano a porsi delle domande, che mettano in luce le conseguenze delle proprie azioni in termini di responsabilità e, soprattutto, che mirino a risvegliare quella parte di noi ancora in grado di
stupirsi, riflettere, sperare e operare delle scelte in assoluta libertà è il mio modo di scendere a patti con la realtà, senza dovere per forza inseguire bandiere traboccanti di followers e partite di calcio.
Quali nuove direzioni tematiche o artistiche immagini possano caratterizzare la tua evoluzione futura come scrittore?
Non saprei: ho terminato da poco un romanzo molto più spaventoso di quelli finora scritti, in cui ciò che realmente atterrisce non sono i mostri che abitano le sue pagine – o almeno non solo – ma la direzione intrapresa da una società sempre più sorda, egoista e impassibile ai drammi delle persone che la compongono. Ma ho scritto anche un fantasy storico (non saprei davvero come altro definirlo), in cui un immortale racconta le sue avventure durante i periodi più turbolenti della nostra storia Occidentale, dalle guerre di religione alla caccia alle streghe, alle rivoluzioni che hanno insanguinato la vecchia Europa
alle guerre mondiali. C’è poi un libro di racconti lunghi sui sette vizi capitali, alcuni dei quali sono delle vere e proprie rivisitazioni in chiave noir di pilastri della letteratura europea.
Insomma, non saprei prevedere cosa mi riservi il futuro, ma mi auguro di scoprirlo passo dopo passo, inseguendo quell’idea di miglioramento lento e costante che ho scelto come faro da seguire nel mio cammino; ovviamente mi auguro, nel farlo, di continuare a scrivere.

Nel corso di questa intervista incontreremo Morena Terenzi, una scrittrice che ha scelto di vivere la parola come uno spazio di connessione, riflessione e significato. La sua scrittura affronta tematiche profonde legate all’unicità, all’accettazione di sé, ai legami emotivi che attraversano il tempo e alla trasformazione del vissuto interiore in messaggi capaci di lasciare traccia. Nei suoi testi convivono introspezione, sensibilità e una costante ricerca di significato, elementi che le permettono di andare oltre la semplice narrazione per costruire un dialogo profondo con il lettore. Nel suo percorso creativo ha scelto di mettersi continuamente alla prova, affrontando nuove sfide, partecipando a concorsi e confrontandosi anche con tematiche lontane dalla propria zona di comfort, consolidando così la propria evoluzione artistica. Per Morena, scrivere rappresenta oggi uno spazio personale prezioso, spesso coltivato nel silenzio della notte, dove ritrovare sé stessa e dare voce a storie intense, emotive e capaci di creare connessioni profonde e durature.
Per iniziare, raccontaci chi sei: quando hai compreso che la scrittura sarebbe diventata una parte fondamentale della tua identità personale e creativa? Non c’è stato un momento preciso. La scrittura è arrivata quando ne avevo bisogno. Quando sentivo troppo e non riuscivo a dare un nome a quello che avevo dentro. È diventata uno spazio mio, e piano piano ho capito che non era solo uno sfogo… era una parte di me. Scrivo da sempre, ma per tanto tempo è rimasto tutto dentro. Poi, in un momento preciso della mia vita, ho sentito il bisogno di tirare fuori tutto insieme. È stato quasi un’esplosione e così i miei libri sono nati e sono stati pubblicati in tempi ravvicinati, perché quando mi sono sentita pronta li ho proposti… e sono stati accolti.
Il tuo percorso letterario affronta tematiche molto diverse tra loro, ma sempre cariche di significato emotivo. Come scegli le storie che senti davvero il bisogno di raccontare? In realtà, più che tematiche diverse, direi che c’è sempre un filo conduttore molto chiaro. Io scrivo narrativa contemporanea, e al centro di tutto ci sono sempre le emozioni, i legami, ciò che resta. Cambiano le storie, i contesti, i personaggi… ma quello che racconto, nel profondo, è sempre lo stesso modo di sentire. Non scelgo le storie in modo razionale. Arrivano. Partono sempre da un’emozione che mi tocca profondamente, e da lì prendono forma. Se guardo i miei libri: I Girasoli di Rebecca, RompiBella, Ti ho amato in ogni vita e anche quello che verrà, vedo chiaramente che non sono distanti tra loro, ma parte di un unico percorso. È come se ogni storia fosse un modo diverso di raccontare la stessa verità, da prospettive diverse.
Nelle tue opere emerge una forte attenzione verso l’identità, l’accettazione e i legami profondi. Quanto incidono il vissuto personale e la tua sensibilità nella costruzione narrativa? Incidono tanto. Anche quando non racconto direttamente qualcosa di mio, c’è sempre il mio modo di sentire. La mia sensibilità è il filtro attraverso cui passa tutto.
La tua scrittura sembra muoversi costantemente tra introspezione e connessione emotiva. Quanto è importante, per te, creare un dialogo autentico con chi legge? È fondamentale. Non scrivo per arrivare a tutti, ma per arrivare a chi sente. Quando qualcuno si riconosce in una mia parola, lì succede qualcosa di vero.
Hai scelto di sperimentare e di metterti alla prova anche attraverso contesti competitivi e nuove tematiche. Quanto conta uscire dalla propria comfort zone per evolvere come autrice? Conta tanto.Non è sempre facile, ma è necessario.Ogni volta che esco da quello che conosco, studio, mi misuro e scopro qualcosa in più, anche su di me.
Scrivi spesso di emozioni intense, trasformazione e rapporti che lasciano segni profondi. Cosa ti affascina maggiormente della complessità emotiva umana? Il fatto che non sia mai semplice. Che non sia mai lineare. Le emozioni ci contraddicono, ci cambiano, ci mettono in discussione… ed è proprio lì che ci rendiamo conto quanto siamo unici e la vita sia meravigliosa.
Nei tuoi testi emerge il desiderio di lasciare messaggi potenti. Quali valori o riflessioni senti oggi più urgente trasmettere attraverso la scrittura? L’autenticità. Il coraggio di sentire, anche quando fa male. E il fatto che alcune cose non si perdono davvero, anche se cambiano forma.
Hai descritto la scrittura come uno spazio personale, spesso legato al silenzio e alla dimensione notturna. Quanto influisce questo momento intimo sul tuo processo creativo? Tantissimo. La notte mi permette di essere più concentrata, più libera. È come se tutto il resto si fermasse e restassi solo io con quello che sento davvero.
In un’epoca in cui spesso l’immagine prevale sulla sostanza, quanto è importante per te essere percepita come una voce autentica? È la cosa più importante. Non mi interessa sembrare qualcosa. Mi interessa essere riconosciuta per quello che sono davvero.
Guardando al tuo percorso presente e futuro, quale segno desideri lasciare nel cuore dei tuoi lettori attraverso le tue parole? Vorrei lasciare qualcosa che resta. Anche piccolo. Una frase, un’emozione, una sensazione di essere meno soli. Se chi legge si sente visto, anche solo per un momento… allora per me ha già senso tutto.

Oggi ho avuto modo di interagire con Sara Cuscito, autrice dal percorso intenso e profondamente personale, in cui scrittura, identità e trasformazione si intrecciano continuamente. Tra fantasy, musica, spiritismo e resilienza, racconta un universo narrativo autentico, nato dalla ricerca di sé e dal coraggio di dare finalmente voce alla propria interiorità. Un’intervista che esplora non solo la sua scrittura, ma anche il viaggio umano dietro le sue parole.
Il tuo percorso personale attraversa sfide profonde, dalla Sindrome di Tourette alla ripresa degli studi universitari. In che modo queste esperienze hanno trasformato la tua identità
come donna e come autrice?
La Sindrome di Tourette è sicuramente quella che ha avuto l’impatto più pesante e che mi ha condizionata per molto tempo. Avevo moltissimi tic ma non sapevo cosa fosse a provocarli e, quando non hai un nome da dare a quello che ti affligge, è la cosa peggiore perché non sai
con cos’hai a che fare, come potrà evolversi, cosa aspettarti. La diagnosi è arrivata molto tardi, nel 2023, un anno che mi ha costretta per molto tempo a non poter camminare autonomamente. Quando il corpo smette di fare qualcosa che ha sempre fatto ti scontri inevitabilmente con la paura di perdere tutto, che quello che hai sempre avuto potrebbe
cambiare e ti devi reinventare. Hai anche la possibilità però di riflettere a lungo su tante questioni, anche quelle che hai lasciato in sospeso e ti dici: “tutto sommato, cosa può andare storto?”.
Gli eventi hanno cambiato drasticamente il mio modo di percepire me stessa e il mondo, tutte cose che si riversano più o meno volutamente nella scrittura.
Hai raccontato di aver nascosto per anni la scrittura, quasi come se fosse una parte intima da
proteggere. Quando hai capito che la tua voce meritava finalmente di emergere senza paura?
Alla base c’era una profonda insicurezza, la sensazione di non fare mai la cosa giusta. Poi il tempo passa e inizi a chiederti se esista davvero una cosa giusta da fare.
Più che aver capito che la mia voce poteva meritare, c’è stata la presenza ingombrante di un’esigenza, quasi fisica. Volevo dire delle cose, ho costantemente la sensazione di voler
dire delle cose, l’unico modo che conosco per mettere insieme quei pensieri è fissarli sulla carta. La paura viene meno quando ti rendi conto che, per una vita, a darti coraggio ci sono stati i libri. Non mi importa mai quante persone mi leggono ma, se anche una solo di loro,
trova lo stesso conforto, la stessa compagnia che ricerco io nei libri la mia missione è compiuta.
La tua passione per il fantasy, il darkwave, il metal e lo spiritismo sembra costruire un immaginario molto preciso. Quanto questi elementi influenzano la tua narrativa e la costruzione dei tuoi mondi interiori?
In una scala da 1 a 10, infinitamente! Non sono una grande ammiratrice della realtà come la conosciamo, mi piace scardinare quelle regole che trovo anche piuttosto inutili e noiose.
L’assurdo, il surreale, il bizzarro mi permettono di esprimere il mio concetto di Mondo (e Mondi), è la chiave per aprire porte in cui tutte quelle noiosissime faccende quotidiane non ci sono o funzionano in modo completamente diverso. Come la Morte. A me scoccia l’idea
che dobbiamo morire, mi sembra un sistema fin troppo drammatico e banale per voltare pagina. Sarà per quello che mi piace così tanto lo Spiritismo, perché se ne frega di questa formalità.
La musica, soprattutto i due generi che amo, sono per me la coniugazione perfetta che restituisce un suono al mio immaginario: un mondo molto scuro, apparentemente cupo dove c’è sempre qualcuno che fa festa o si incazza.
Scrivere, per te, è stato più una forma di sopravvivenza, di ricerca identitaria o di trasformazione personale?
Tutt’e tre, credo. Soprattutto sopravvivenza, i libri per me hanno sempre rappresentato un rifugio sicuro, un posto dove chiudermi quando non ho voglia di interagire con la quotidianità (cosa che avviene quasi sempre, eh!). Scrivere è l’altra faccia della medaglia, ci sono momenti in cui i pensieri hanno bisogno di prendere forma, per dare una forma al caos, la scrittura è fondamentale, diversamente penso sarei già impazzita. Sicuramente però aiuta tanto anche a scoprire nuove cose di sé, ti permette di esplorare questioni a cui non hai mai pensato prima, a interrogarti su cose magari anche assurde che però ti danno delle risposte che ti fanno pensare di essere una persona nuova, con un pezzetto in più, leggermente più completa. Sull’identità… credo che la scrittura mi abbia finalmente dato il permesso di mostrarmi per ciò che sono. Un’allegra visionaria.
Il rapporto con tua madre, anch’essa autrice, ha rappresentato inizialmente un confronto difficile. Come sei riuscita a distinguere la tua voce dalla paura di essere percepita come “una copia”?
Io e mamma siamo legatissime, da sempre, abbiamo fatto e facciamo sempre tantissime cose insieme. Il confronto temo ci sia stato appioppato soprattutto da chi ci conosce e difficilmente è riuscito a scinderci come persone. Ci somigliamo anche molto, spesso ci scambiano. Ora immagina avere due persone, sempre insieme, che si somigliano al punto
tale da essere scambiate e che fanno anche la stessa cosa. Il confronto da parte di chi guarda diventa inevitabile. Ma a me faceva scattare il dubbio di star rubando il sogno di qualcun altro. Razionalmente è un pensiero inutile, e pure un poco indecente, ma io e il pensiero razionale, è evidente, ci muoviamo su binari paralleli.
Ho imparato a distinguere la mia voce proprio grazie a mamma. È stata l’unica per molto tempo a sapere che scrivo ma è anche la mia più grande sostenitrice e questo mi da enorme coraggio. Voi direte: “grazie, è tua madre!”. Non sapete che mia madre è una delle persone
più schiette che io conosca, se pensa che qualcosa sia brutto e non valga la pena provarci lo dice senza peli sulla lingua. Che tu sia suo figlio, il presidente della Repubblica o un dio in persona.
Nella tua biografia emerge una forte attrazione verso il perturbante: fantasmi, spiritismo, narrativa speculativa. Cosa ti affascina di più delle zone d’ombra dell’esistenza?
Ho sempre pensato che le cose nascoste siano le più interessanti, perché devi sforzarti per cercarle, trovarle e comprenderle. Non mi sono mai piaciute le cose “facili”.
Il perturbante, gli aspetti più ambigui dell’essere umano, i mondi inesplorabili ti permettono di guardare tutto da un’altra prospettiva e, quando torni da quest’altro lato, hai un altro sguardo ancora nuovo, più attento.
Il fantastico, i fantasmi, le leggende, le creature del folklore… tutti hanno una cosa in comune: rendere tangibili quelle zone liminali dell’esistenza, quelle che rendono l’umano davvero umano.
Hai scelto di dedicare la tua tesi alla responsabilità degli autori nella narrativa speculativa, con Stephen King come caso studio. Secondo te, quanto la scrittura può influenzare profondamente la percezione etica e psicologica dei lettori?
Questa è una bella domanda, il dibattitto sulla questione è aperto e, nella mia tesi, c’è un tentativo di comprendere se esista un codice deontologico non detto e, se non c’è, se è possibile stilarne uno.
Penso che la scrittura può influenzare profondamente il pensiero e anche l’etica di chi legge.
C’è una grande “però” da mettere in conto, l’autore non può essere responsabile di ciò che viene travisato. Il caso di King ne è emblema, scrive un libro di denuncia sulla violenza giovanile, su un disagio sociale. Storia che, da quelle stesse persone di cui parla con preoccupazione, viene interpretata come manifesto e ispirazione per nuova violenza.C’è un errore nella codifica, quindi in sostanza sì, penso che influenzi tantissimo ma non sempre nel modo in cui vorremmo.
L’ironia sembra essere la tua ancora, persino nei momenti più complessi. Quanto è importante, per te, mantenere leggerezza anche dentro il caos?
Penso sia fondamentale, si può parlare di temi pesantissimi e dolorosi ma se vuoi farli arrivare davvero a chi ti ascoltala leggerezza è di grande aiuto. Non una mancanza di serietà.
L’ironia, a mio avviso, è l’arma più potente per dissacrare certe questioni e interiorizzarle meglio. Ci si può interrogare sui massimi sistemi del mondo in modo accademico oppure si può scegliere di farlo attraverso il gioco.
È una traduzione del proprio approccio alla vita. Per me non è solo ancora ma anche arma.
L’ironia è ciò che mi tiene sempre a galla, ne ho fatto manifesto della mia esistenza perché esprime esattamente la mia visione: la vita si prende gioco di me, io mi prendo gioco di lei.
Ma è anche un’arma potentissima, ti permette di parlare di tutto senza che l’interlocutore scappi, puoi diffondere la conoscenza come un morbo e gli altri neppure se ne accorgono.
È pure utile a difendersi, quando tutto crolla hai due scelte possibili: farti schiacciare dalle macerie o ridere mentre cadono e schivare i colpi, dando del cretino a quello che te le lancia perché ti ha mancato.
Guardando alla bambina che scriveva segretamente le proprie storie, cosa diresti oggi a quella versione di te stessa che temeva il giudizio degli altri?
Come Alice, do degli ottimi consigli ma quasi mai li seguo…
Soprattutto, per quanto i consigli possano essere ottimi, ho dei pessimi modi, tendo a essere molto brutale quando devo motivare qualcuno.
Per coerenza quindi non sarò gentile neppure con me stessa, le parlerò come probabilmente farei con chiunque altro:
“Smettila! Pensi davvero che agli altri f***a qualcosa di quello che facciamo? Te lo dico io: NO! Fa’ quello che ti pare, quello che ti fa stare bene, divertiti e, soprattutto, fa’ la finita con questo fastidiosissimo piagnisteo, ho mal di testa!”.
Se dovessi descrivere oggi Sara Cuscito attraverso tre parole chiave che racchiudano scrittura, vita e trasformazione, quali sceglieresti e perché?
Uh! Domanda veramente difficile! Mi viene in mente: anarchica, visionaria e bizzarra. Si applicano in tutt’e tre le situazioni senza grossi problemi.
Vivo, penso e scrivo in modo anarchico, l’avrete ormai capito che le regole convenzionali mi stanno strette, quando proprio non posso farne a meno mi adatto ma faccio fatica. Anche le mie metamorfosi passano da un sistema anarchico.
Sono visionaria, in quello che faccio e soprattutto in quello che scrivo, il novanta per cento del mio tempo (che altra faccenda noiosa, il tempo!) lo trascorro immaginando, da sveglia, da dormiente, sempre.
Bizzarra… questa non penso serva spiegarla 😀

Ho il piacere di intervistare una voce artistica che unisce scrittura e musica in un unico percorso espressivo. Mia, in arte Flame, è una cantautrice e scrittrice che trasforma le emozioni in parole e suono, costruendo un mondo in cui le storie non restano solo sulla pagina, ma trovano un loro eco anche nella musica. Il suo lavoro nasce da questa doppia dimensione, raccontare e, allo stesso tempo, far sentire ciò che viene raccontato. Accanto alla sua produzione musicale, Mia sta lavorando a un romanzo che riflette questa stessa sensibilità, una storia che intreccia elementi psicologici, mistero e suggestioni più profonde, portando il lettore in uno spazio in cui realtà e percezione si mettono continuamente in discussione. In questa intervista entriamo nel suo percorso creativo, per scoprire non solo cosa realizza, ma da dove prende forma tutto questo.
Scrittura e musica convivono nel tuo percorso: quale delle due è arrivata per prima e come si sono incontrate? Prima è arrivata la musica. Da piccolissima senza quella non riuscivano a farmi addormentare. Una leggenda narra che a un anno e mezzo avevo iniziato a tenere concerti affacciata al balconcino di una casa affittata per le vacanze. Ascoltavo ripetutamente le canzoni della Disney e sapevo recitare a memoria le mie scene preferite, come quella di Malefica che non viene invitata alla festa. Amavo le parole cantate e recitate bene. Le storie sono arrivate subito dopo nei miei sogni, mentre venivo cresciuta tra film di Hitchcock e cartoni in TV, libri letti ad alta voce da mia madre e horror movie che mio fratello mi faceva vedere di nascosto. Le storie e i sogni mi affascinavano soprattutto quando parlavano di mostri, di magia e di cattivi che non mi sembravano poi così cattivi.
Volevo che le storie assomigliassero di più a ciò che sognavo di notte e immaginavo di giorno. Ho iniziato prestissimo a immaginarle ad occhi aperti come quando ero in macchina con mio padre alla guida e viaggiavo con la fantasia guardando fuori dal finestrino mentre insieme cantavamo le colonne sonore dei film. Ad occhi aperti e chiusi è
tutta la vita che sogno. Ogni storia aveva un suo sottofondo musicale e ad un certo punto è diventata un’urgenza per me metterle su carta. All’inizio ero troppo piccola e non sapevo scriverle, così chiedevo ai grandi di farlo per me. Dettavo e scrivevano. Ero una piccola
dittatrice. Ricordo di avere “maltrattato” diversi scribacchini indisciplinati. Direi quindi che dall’alba dei miei tempi, la musica e i miei racconti hanno iniziato in modo spontaneo ad intrecciarsi fino a diventare un tutt’uno. La musica è sempre stata un elemento importante anche all’interno delle storie stesse. Alle elementari con le cuffie del walkman nelle orecchie all’intervallo mi sedevo spesso in un angolo, schiacciavo play e iniziavo a creare mondi canticchiando. Mi arrivavano spesso delle poesie da scrivere nei miei quadernini colorati. Ho incominciato allora a provare a trasformarne alcune in testi di canzoni.
Scrivere e cantare sono sempre stati il mio modo per portare fuori ciò che mi danza dentro.
Quando crei, parti da un’emozione, da un’immagine o da qualcosa che non riesci ancora a definire? Parto da qualcosa che arriva all’improvviso e può essere un’immagine, una sensazione,un ricordo che riaffiora, una scena oppure sono semplici parole che si insinuano nella mia mente all’improvviso e devo scriverle subito. Ovunque sono mi fermo e scrivo. Mi capita di svegliarmi di notte perché le ho sognate e devo scriverle immediatamente. Credo di avere sempre scritto e cantato “canalizzando”. Mi arrivano, sono loro che bussano alla mia porta e io apro. Le parole e le melodie delle mie poesie e canzoni di solito arrivano a mo’ di sussurro quando porto fuori il mio cane, sempre con la musica nelle orecchie. Succede spesso che mentre cammino tra le strade della mia Savona canticchio, ballo. A volte mi accorgo di aver attirato l’attenzione di qualche passante stranito. Mentre cammino tra il centro, il mare e la campagna sopra casa all’improvviso mi arriva qualcosa. Scrivo spesso nelle note del telefono. Ho scritto lì tutte le poesie che stanno per uscire nel mio primo libro. Le storie invece mi sono sempre arrivate in sogno oppure in sogni ad occhi aperti. Mi piace scrivere mentre canto piano di notte, quando c’è un silenzio, e io finalmente posso tirare fuori ciò che ho dentro. Le mie emozioni, il mio vissuto, le storie e molte tematiche che mi stanno a cuore le trasformo così tra l’onirico e il poetico raccontando sempre comunque ciò che per me è il vero. C’è molto della parte più profonda di me stessa in ciò che ho sempre scritto. Mi sono resa conto di aver portato alla luce parti di me inconsce così. Non le conoscevo ancora. Questa cosa che sto per scrivere non pensavo discriverla. Alcune storie prima sono state scritte, poi sono accadute davvero nella realtà.
Veggenza? Chissà. Sicuramente mi sono sempre sentita una strega e qualcosa di magico per me avviene quando le storie “si scrivono da sole”.
Il libro che ho appena finito di scrivere è un esempio di come i protagonisti mi hanno suggerito, trasmesso altro, rispetto a ciò che io avevo in mente inizialmente per la trama.
Io mi sento spesso solo uno strumento, un mezzo con cui trovano il modo essere raccontate e poi forse vissute.
Stai lavorando a un romanzo: quando hai capito che questa storia doveva diventare un libro? L’ho capito e deciso circa sei mesi fa. Questa storia era rimasta sospesa per anni e anni.
L’avevo praticamente rigettata fuori da me di colpo nel 2014. L’avevo scritta per me stessa. Era la storia che avrei avuto bisogno di leggere. Mi avrebbe salvata da me stessa se l’avessi letta a quindici anni. Non è nata con l’intento di essere condivisa con altre persone. C’è moltissimo di me stessa lì dentro. Mesi fa, mentre preparavo su word la raccolta di poesie, l’ho riletta e ho pensato che forse potevo riprenderla. Così ho iniziato
ad aggiungere parti nuove, aggiungendo la voce degli incubi e gli ultimi capitoli. Ho mescolato due stili di scrittura. L’ho contaminato della vecchia e della nuova me.
L’esoterismo si è intrecciato alla voce dei miei vent’anni. Nella storia parlavo di alchimia trasformativa prima di averla studiata. Aggiungendo la parte onirica dei sogni/incubi ho trovato il modo di espandere la storia e farla arrivare dove doveva. Ora è pronta e spero di esserlo anche io per condividerla. Stavolta non l’ho fatto solo per me, ma per chi potrebbe
avere bisogno di leggerla adesso.Ho deciso di fare un atto di coraggio per provare ad ispirare altri atti di coraggio.
Nelle tue proposte letterarie entrano elementi psicologici, mistero, alchimia e sciamanesimo. Come hai costruito questo mondo? Questo mondo viene direttamente dal mio interno, dalle mie esperienze, dai miei studi, dal mio percorso personale di trasformazione alchemica e dal cammino sciamanico. Dal mio lavoro, nella vita faccio la coach di sciamanesimo e accompagno le persone nello stesso percorso di crescita che ho attraversato e sto attraversando da anni. Sono continuamente
spettatrice di trasformazioni personali. Nei viaggi sciamanici li accompagno proprio in sogni coscienti. Tutto ciò che scrivo credo venga dal mio rapporto speciale col mondo onirico. Gli incubi del libro ad esempio sono tutti veri, fatti nel corso della mia vita. I personaggi della storia credo siano anche varie parti di me stessa che chiedevano di
esprimersi. Alcuni personaggi sono in parte ispirati a persone che ho conosciuto e amato e forse chissà dentro alla storia sotto mentite spoglie ci sono davvero anche io. La storia può essere che l’ho sognata, o forse l’ho vissuta. Lascio un pochino di mistero.
Se chi legge dovesse portarsi via una sola sensazione dal tuo libro, quale vorresti che fosse? Vorrei che fosse la speranza. Vorrei che si portasse nel cuore la sensazione che nella vita ognuno sta vivendo la propria storia e lo sta facendo al meglio delle sue possibilità attuali.
La consapevolezza che anche nelle situazioni più complesse, intricate, misteriose, assurde e oltre alle nostre capacità di comprensione, esiste comunque sempre qualcosa di più saggio, antico e vero che ci protegge e ci guida ed è proprio dentro di noi. Vorrei che chiudendo gli occhi lo sentisse, che anche lui o lei, lo è per davvero l’incarnazione della
speranza e dell’amore.
C’è qualcosa che senti di voler esprimere da tempo e che ancora non ha trovato forma né nella scrittura né nella musica? Sicuramente c’è. Non sempre esistono parole o melodie per riuscire ad esprimere il senso profondo dell’esperienza che facciamo in questo pianeta. Capita che ci provo ad avvicinarmi al limite della conoscenza, del fenomeno, di ciò che si manifesta dentro e fuori di me, che ormai sento essere la stessa cosa. Mi rendo conto che può sembrare che io parli un’altra lingua a volte e vorrei saperla parlare o saperla inventare a mo’ di onomaturga, soprattutto per riuscire ad esprimere ciò che ancora non sono riuscita ad esprimere. Quando sento che non riesco mi fermo e ascolto il silenzio tra le parole. Mi fermo al respiro e al battito tra una nota e l’altra, tra il battere una lettera dopo l’altra sulla tastiera. Sospesa, incantata e viva. Ma sono una testa dura e non mi arrendo, così ci
riprovo con le parole, con la musica ad avvicinarmi a ciò che sento essere l’oltre. Ho sempre pensato che per esprimere certi sentimenti soprattutto, come l’amore che spesso mi scoppia improvvisamente dentro, non esistano sul serio parole. Posso solo provarle certe cose, almeno per adesso.
C’è qualcosa che ti accende subito quando inizi a creare? La musica mi accende prima di ogni altra cosa. Per me equivale a vivere a respirare.
Appena mi metto a scrivere lei deve esserci. È essenziale per fare uscire la mia voce. Io la immagino come una dea. La chiamo musa. Mi ispira, mi muove, mi parla. C’è stato un periodo della mia vita buio e molto spento in cui sopravvivevo e basta. Non ascoltavo più la musica. Non cantavo più. Non scrivevo. Sono tornata con le mie forze e un grande
lavoro su me stessa alla vita e alla mia musica. Lei per me è sempre stata la prova che gli esseri umani non sono poi così male dato che sono capaci di qualcosa di così incredibile.
Oltre l’umano e verso il divino c’è lei. Ma può accendermi anche altro, ad esempio la mia sete di conoscenza, la mia curiosità e i miei sentimenti sempre poco celati e molto slanciati. La mia voglia di sperimentare, di ridere, di fare la matta e di vedere dove mi fa arrivare essere me stessa in modo selvaggio e autentico.
Hai mai avuto la sensazione che un’idea ti stesse cercando, più che il contrario? Assolutamente si. Direi quasi sempre. Le idee mi arrivano da qualche parte nell’etere e io devo assolutamente proporle! Devo vedere se si possono davvero realizzare e non parlo solo di scrittura e di musica. Penso che l’impossibile sia solo un possibile che non abbiamo capito come realizzare. Credo nel potere delle idee che hanno un intento volto al bene, al vero e a ciò che è giusto non perché ci hanno insegnato esserlo ma perché lo dice la legge morale in noi, come dice il buon Kant che è sempre stato il numero due per me rispetto ad Hegel, ma ha scritto una delle frasi più belle e vere del mondo, aggiungendo il cielo stellato sopra di noi. Volevo studiare astrofisica ma mi sono ricordata in tempo che non sono un fenomeno in matematica, così ho studiato filosofia. L’universo per me è sempre stato fonte di meraviglia e connessione. Quando guardo le stelle non riesco a sentirmi sola. Le idee per me sono come le stelle. Se una brilla più delle altre vuol dire che è arrivato il suo momento di illuminarci. Credo che un’idea possa partire piccola ma abbia poi la potenzialità di espandersi e di portare un messaggio. Quindi si, le idee mi cercano e si approfittano della mia faccia buona e della facilità con cui riesco a trasmettere visioni ed entusiasmo per farmi fare duecento cose tutte insieme e tutte con immensa passione.
Da qualche settimana, insieme ad altre autrici, avete creato una pagina su Instagram, lo Spell & Story Club: come nasce e che tipo di spazio volete creare? Lo Spell & Story Club è proprio una di queste idee luminose arrivate a me direttamente dall’etere che io da buona antenna ho ricevuto. Mi prendo solo questo merito perché tutto il resto si è manifestato e realizzato grazie alle mie amiche, alle mie sorelle. L’idea che ho proposto inizialmente, e che mi ero scritta su un foglietto per non sbagliare ad esporla, ha parlato credo direttamente ai loro cuori e contemporaneamente al mio con la voce della sorellanza, del vero sostegno e della voglia di raccontarsi, condivide e crescere insieme.
Per dimostrare con i fatti che non esiste solo la competizione nel mondo della scrittura e che può davvero esistere la collaborazione sincera. L’idea non solo è stata accolta, è cresciuta. È nata così la congrega di autrici più pazzerelle, intelligenti, talentuose e dolci di tutto Instagram. Me ne frego se sembro esagerata! Provo un orgoglio, una stima, un’ammirazione per queste ragazze smisurata. La pagina è poi nata grazie alla migliore socia amministratrice che io potessi avere. Dalia Vallombra porta avanti le fila del progetto insieme a me, con la mia stessa dedizione, impegno, costanza e visione. Nella pagina portiamo tutto ciò che ci appassiona: mistero, esoterismo, eroine della letteratura, spiritismo e molto altro, oltre ai nostri libri che grazie alla pagina possiamo far conoscere insieme alla nostra voci uniche ma uguali. In futuro sogniamo di accogliere nuove voci nel Club e far conoscere nuove narrazioni. In questo progetto sono nate vere amicizie, sostegno, apertura verso altre autrici con la nostra stessa passione per la scrittura e lalettura. Abbiamo una chat in cui scriviamo a qualsiasi ora del giorno e della notte e in cui vengono fuori nuove idee, scherzi, sfoghi, vicinanza. Le mie amiche mi hanno così permesso di realizzare uno dei miei sogni di bambina. Da streghetta la desideravo davvero una congrega di anime con le mie stesse passioni. Ho sempre creduto che illuminando il talento delle anime la luce di tutte si possa solo espandere.
In questo momento del tuo percorso, senti di essere più in una fase di ricerca o di costruzione, e verso cosa senti di andare davvero? C’è un solo posto in cui sento di andare da sempre. Credo sia l’unico vero viaggio. Dentro me stessa. Mi sto conoscendo giorno dopo giorno. Sto scoprendo fin dove riesco ad arrivare. Sto imparando cos’è per me la vita. Mi sento sempre in una fase sia di ricerca che di costruzione. Sto sperimentando l’arte in ogni forma che sia nelle corde di violino
che ho in fondo alla gola, invece che nello strumento di legno pregiato del mio bisnonno. Il suo violino lo tengo all’ingresso di casa per non dimenticarle mai, le mie radici. Sono cresciuta tra la musica, la scrittura, il teatro e la danza che ho dovuto smettere da adolescente, ma non ho mai smesso nell’anima. Dentro di me esiste l’amore per il teatro, per la tragedia e la commedia. Sono cresciuta respirando Shakespeare e Simonetta Guarino. Giocavo dietro alle quinte dove credevo di voler restare invece ora mi sento sul palco, al di là del tendone rosso scuro, con le mie parole scritte e la mia musica e spero soltanto di esserne all’altezza.

C’è chi nasce dentro storie lineari, facilmente raccontabili, e chi invece cresce dentro spazi più irregolari, dove il confine tra realtà e percezione si muove continuamente.
Oggi intervisto Dalia Vallombra, che appartiene proprio a questo secondo territorio, in cui le cose non sono mai del tutto come sembrano e dove, fin da piccoli, si impara a osservare ciò che sfugge agli altri.
Nata alla fine degli anni ottanta, sviluppa molto presto uno sguardo particolare, capace di intercettare i “glitch” della realtà, quelle crepe sottili in cui la logica ordinaria smette di funzionare. La sua scrittura nasce proprio da lì, dal tentativo di dare forma a domande che spesso restano sospese, inesplorate o semplicemente ignorate.
Il suo immaginario affonda le radici in un’estetica precisa e riconoscibile, nutrita dalla nostalgia per le atmosfere degli anni Novanta, tra vecchi horror e narrazioni disturbanti, in cui il tempo e la realtà perdono consistenza.Anche la sua storia personale contribuisce a questo sguardo. Crescere tra luna park, notti illuminate e ritmi fuori dagli schemi significa imparare presto che non esiste un’unica normalità, ma una molteplicità di prospettive possibili.
Dalia Vallombra scrive muovendosi su una linea sottile, parte dal reale e lo spinge lentamente verso il perturbante. I suoi testi non cercano il mostro evidente, ma ciò che resta quando tutto tace…vuoti, assenze, distorsioni..trasformando ciò che è familiare in qualcosa di sottilmente, e inevitabilmente, sbagliato.
Per chi ancora non ti conosce, come ti racconteresti oggi, sia come persona che come autrice? Oggi mi racconto come una persona curiosa, prima ancora che come autrice. Scrivere è il modo che ho trovato per dare un senso alle cose che spesso non trovano spazio nelle conversazioni di tutti i giorni. Non mi interessa “costruire” qualcosa di perfetto, ma essere onesta con quello che vedo e sento, anche quando è confuso o difficile da definire.
La tua scrittura nasce da uno sguardo molto particolare sulla realtà. Quando hai capito che osservavi il mondo in modo diverso rispetto agli altri? Non c’è stato un momento preciso, è stata più una sensazione che si è accumulata nel tempo. Mi accorgevo che certi dettagli, certe atmosfere o cose che per altri erano irrilevanti, a me invece restavano addosso. Più che vedere “diverso”, direi che facevo fatica a smettere di guardare. Poi sono cresciuta in una casa dove di storie “strane” si parlava spesso e vuoi o non vuoi quelle vicende diventavano parte del mio essere e del mio modo di vedere ciò che mi circondava con occhi curiosi e non con scetticismo.
Nei tuoi lavori parli spesso di “glitch” della realtà. Cosa rappresentano per te e perché ti affascinano così tanto? Direi entrambe le cose, ma parte prima da come vivo io la realtà. Non ho mai avuto la sensazione che il tempo fosse davvero lineare o stabile: più che scorrere in modo ordinato, per me si muove a strappi, si dilata, a volte si blocca su dettagli che restano lì più del resto. Anche la realtà, in certi momenti, mi sembra meno solida di quanto dovrebbe essere, come se bastasse poco per farla slittare. Nella scrittura non faccio altro che seguire questa percezione: non è una costruzione a tavolino, è il modo più naturale che ho per restituire quello che sento.
Il tuo immaginario è fortemente legato alle atmosfere degli anni ’80 e ’90. Che tipo di impatto hanno avuto su di te e sul tuo modo di scrivere? Gli anni ’80 e ’90 li ho vissuti proprio come un passaggio. Essendo stata bambina negli anni ’90, per me era tutto nuovo ed eccitante, e in effetti lo era davvero: era un periodo in cui cambiavano tante cose, anche nella tecnologia, ma io lo vivevo come una scoperta continua. Ero completamente immersa nelle storie: le fiabe ascoltate con il walkman, quella voce narrante che mi faceva entrare in altri mondi, i cartoni Disney… e poi, piano piano, la curiosità mi ha portata oltre. Ho scoperto che esistevano anche i film ed i libri vietati ai bambini, gli horror, e mi attiravano tantissimo proprio perché raccontavano qualcosa che non faceva parte della quotidianità, ma che sentivo comunque vicini in un modo strano. Col tempo ho capito che quegli anni avevano una spontaneità e una vitalità molto forti, e che la letteratura (Stephen King su tutti) e film come Halloween, Scream, Giovani Streghe o IT avevano un fascino autentico, non costruito. Ancora oggi quella sensazione la sento addosso.
Crescere in un contesto come quello dei luna park, tra movimento continuo e ritmi fuori dagli schemi, quanto ha influenzato la tua identità e il tuo modo di raccontare? Crescere in mezzo ai luna park ha inciso tanto, anche se magari non me ne rendevo conto. È un ambiente in cui tutto è temporaneo, in movimento, mai davvero fermo. Questo ti abitua a non dare nulla per definitivo, che tutto può succedere, e credo che questa cosa si senta anche nel mio modo di raccontare. Dal punto di vista umano, inizialmente ti fa sentire diverso: vedi che più o meno tutti hanno una vita “regolare” lì invece è tutto capovolto, e questa diversità piano piano mi ha fatta sentire speciale e che si può rompere gli schemi, che non tutti sono destinati ad una vita ordinaria e incasellata. Di contro, da adulta, una vita fatta di ordinarietà la senti molto stretta e fai fatica a gestirla. Starmi accanto non è semplicissimo se non sai che potrei svegliarmi una mattina e cambiare tutto quanto intorno a me.
Da bambina eri attratta da elementi più oscuri e macabri,cosa trovavi lì che forse mancava nella quotidianità? Ho scoperto che esistevano anche i film ed i libri vietati ai bambini, gli horror, e mi attiravano tantissimo proprio perché raccontavano qualcosa che non faceva parte della quotidianità, ma che sentivo comunque vicini in un modo strano.
Nei tuoi testi il tempo e la realtà sembrano perdere stabilità, è una scelta narrativa o è qualcosa che senti anche nella tua percezione personale? Direi entrambe le cose, ma parte prima da come vivo io la realtà. Non ho mai avuto la sensazione che il tempo fosse davvero lineare o stabile: più che scorrere in modo ordinato, per me si muove a strappi, si dilata, a volte si blocca su dettagli che restano lì più del resto. Anche la realtà, in certi momenti, mi sembra meno solida di quanto dovrebbe essere, come se bastasse poco per farla slittare. Nella scrittura non faccio altro che seguire questa percezione: non è una costruzione a tavolino, è il modo più naturale che ho per restituire quello che sento.
Ti riconosci nell’idea di essere una persona imprevedibile? Mi riconosco in questa idea di imprevedibilità, ma non la vivo come un’etichetta fissa. Piuttosto, è un movimento continuo. A volte è una risorsa enorme, perché mi permette di non irrigidirmi, di sorprendere prima di tutto me stessa. Altre volte può diventare una difficoltà, soprattutto quando rischia di trasformarsi in dispersione. Credo però che il punto non sia “correggere” questa caratteristica, ma imparare ad abitarla: darle una direzione senza toglierle libertà.
Quanto è importante, nella tua narrativa, lasciare spazio al non detto e all’interpretazione del lettore? Per me è fondamentale lasciare spazio all’interpretazione. Il perturbante funziona davvero quando non viene spiegato fino in fondo, quando resta qualcosa che sfugge. Se tutto è esplicito, si perde quella tensione sottile che continua a lavorare dentro il lettore anche dopo la lettura. Mi interessa creare delle domande, più che dare risposte: dubbi che costringano chi legge a fermarsi e chiedersi cosa sta davvero vedendo. In quello spazio, tra ciò che è detto e ciò che manca, succede la parte più viva della storia.
Che esperienza vorresti lasciare a chi legge le tue opere? Vorrei che fosse un’esperienza più emotiva che razionale. Non necessariamente “capire tutto”, ma sentire qualcosa che rimane. Un leggero disorientamento, forse, ma anche curiosità. Mi piacerebbe che chi legge avesse la sensazione di entrare in un luogo familiare che, a poco a poco, rivela qualcosa di diverso, di nascosto. E soprattutto che, finita la lettura, porti con sé una domanda, o un’immagine, o una sensazione difficile da spiegare ma impossibile da ignorare.

Quando Andrea Salanitri, mi ha parlato del suo percorso, ho capito subito che la sua non è una storia che segue uno schema,non è una linea dritta ma un susseguirsi di scelte e situazioni, anche molto lontane tra loro, a tratti quasi in contrasto.
Ed è proprio questo che rende il suo percorso interessante, sia per i luoghi attraversati, ma anche per il movimento continuo che li tiene insieme.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il tuo paese ti stava stretto, oppure è stata una sensazione che è cresciuta nel tempo? Il paese mi stava stretto da sempre per varie dinamiche dell’infanzia e per la conseguente voglia di rinascita interiore, mi cercavo nel mondo quando invece dovevo trovarmi dentro di me accettando il passato.
Lasciare l’università per entrare nell’esercito è stata una scelta lucida o qualcosa che è arrivato quasi all’improvviso?
Ho lasciato l’università perché dovevo lavorare per mantenere gli studi e mi veniva difficile e appena feci le visite per la leva colsi l’occasione di farlo da volontario, anche se non avevo idea di cosa stessi facendo. Seguii l’istinto o la cosa più facile.
L’esperienza in Kosovo ti ha lasciato qualcosa che senti ancora oggi?Si molto mi ha dato il primo assaggio di distacco reale e pericolo, ma anche di confronto con me stesso e le mie paure. È stato una esperienza dura, intensa e di fratellanza.
Dopo l’esercito sei passato ai cantieri all’estero, fino al deserto. È stato un percorso che hai scelto o che si è costruito strada facendo? È un percorso che ho scelto, solo che nella formazione in ingegneria non avevo idea che sarei finito in Arabia saudita come primo cantiere.
Il progetto sull’Etna sembra un punto diverso rispetto al resto del tuo percorso. Che cosa rappresentava per te in quel momento e perché, secondo te, non è diventato qualcosa di definitivo? Credo fosse il tentativo interiore di salvarmi dal deserto e dai cantieri, la possibilità di una vita vera mi ha fatto buttare a capofitto in questa esperienza senza pensare alle difficoltà che poi ci sono state ovviamente.
Nella tua esperienza, è più difficile partire o restare?
Io direi che non c’è niente di difficile, tutto dipende dallo stato interiore, si parte per fuggire ma da se stessi non si fugge mai. Restare significa coscienza, accettazione e se uno lo capisce è un grande dono dopo si può partire ma con consapevolezza del viaggio e della destinazione.
Oggi parli di voler mettere radici. Che cosa significa davvero per te?
Mettere radici significherebbe aver fatto un percorso interiore che permetta di godere del qui e ora e per me il posto dove sono nato è il presente in questo momento, momento di grande introspezione interiore.
La scrittura ti ha accompagnato in tutto questo percorso,quando scrivi, cerchi di dare un senso a quello che vivi o è qualcosa che nasce in modo più spontaneo?
È molto spontaneo, se sono emozionato ho bisogno di scrivere, di esprimere su carta e dare al foglio la parola, la forza del pensiero.
Guardando indietro, pensi che il tuo percorso sia stato una ricerca o una serie di scelte fatte di volta in volta?
Credo molto nell’energia, siamo tentativi di allineamento con il nostro io e la nostra persona, che passa per i disturbi della società, è una ricerca dell’essere… Per chi la cerca.

Ho il piacere di intervistare Sara Indelicato, una giovane autrice di 26 anni originaria di Vetralla, un paese in provincia di Viterbo, nel cuore del Lazio. La sua passione per la lettura nasce anni fa e, con il tempo, si trasforma in un bisogno profondo di raccontare storie. Attratta in modo particolare dal dark fantasy, genere in cui si riconosce pienamente, Sara scrive muovendosi tra atmosfere oscure e mondi fantastici, senza rinunciare alle sfumature emotive che caratterizzano anche il fantasy più classico. Nel quotidiano ama gli animali, leggere, scrivere, guardare film e serie TV, ascoltare musica e cantare ed esplorare le zone più profonde e meno illuminate dell’animo umano.
Racconti di anime perse:cosa rappresentano per te queste anime e perché hai sentito il bisogno di raccontarle? Ho sentito il bisogno di raccontarle perché voglio essere come una carezza, per chi, ha sofferto o ancora sta soffrendo per qualcosa e sta cercando con tutta le proprie forze di rinascere dalle crepe più profonde.
Il dark fantasy è il genere in cui ti senti più a tuo agio: cosa ti permette di esprimere di te che altri generi non riescono a contenere? Questo genere mi permette di parlare di tematiche profonde e importanti viaggiando tra la psiche e la fantasia oscura.L’intento è quello di ritrovare la luce.
Quando scrivi, quanto di quello che racconti nasce da emozioni vissute o osservate nella realtà? Ciò che scrivo, nasce sia da esperienze vissute, che da emozioni osservate nella realtà.
Il secondo racconto, tratta di argomento che mi sta molto a cuore,ma che non ho mai vissuto in prima persona.
La scrittura ti aiuta a capire meglio te stessa o è più un modo per dare forma a ciò che senti? La seconda, questo genere mi aiuta ad esprimermi, oltre ad essere il mio preferito.
Dopo aver scritto questo libro, senti di aver lasciato andare qualcosa o di aver scoperto una parte nuova di te? Dopo aver scritto questo libro, mi sento bene, perché per me scrivere è una terapia quotidiana, una medicina che cura l’anima dalle crepe che ognuno ha, dentro di sé.

Incontro Giovanni Franco e mi colpisce subito il lato artistico e l’equilibrio delicato tra immaginazione e introspezione che lo caratterizza. Così ho deciso di intervistarlo per conoscerlo meglio e capire da dove nasce l’ispirazione che anima le sue storie. Ho acquistato il suo libro “L’ordine dei Rinascenti” e sebbene sia ancora alle prime pagine, il suo ritmo incalzante cattura subito l’attenzione e invita a continuare la lettura, anche per chi, come me, non è un’esperta di questo genere. Ecco cosa mi ha raccontato.
Giovanni, se dovessi raccontarti a chi non ti conosce, da dove cominceresti? Chi è Giovanni nella vita di tutti i giorni, lontano dal lavoro e dai riflettori? Nella vita di tutti i giorni sono un giardiniere. È un mestiere che ho scelto di intraprendere perché amo le piante e soprattutto le potature ornamentali. Per me non è solo un lavoro. Mi dedico assiduamente anche al disegno. Ho iniziato come ritrattista, ma negli ultimi anni mi sono dedicato alla realizzazione di illustrazioni manga. E ovviamente sono un lettore incallito.
Se ti fermi un attimo a guardarti dentro, qual è la sensazione o l’emozione che ti racconta meglio in questo momento della tua vita? L’Empatia. È il mio oggetto di studio da ormai ben tre anni e più. È il sentimento che ricerco in me stesso e negli altri.
Raccontami il tuo percorso: com’è iniziato il tuo legame con la scrittura e cosa ti ha portato, passo dopo passo, a farne una parte di te? Molti partono da bambini. Io sono partito all’età di ventiquattro anni. Tutto è iniziato durante una classica grigliata tra amici. Decidemmo di giocare a un famoso gioco da tavolo chiamato Dungeons and Dragons. La campagna durò diversi mesi. Io prendevo nota delle nostre avventure e le trascrivevo su dei fogli di carta. A un certo punto decisi di elaborare tutti gli appunti presi e creare una storia coerente. Da lì si è innescato un effetto domino.
Parlaci delle tue opere, dei tuoi libri: come si intitolano e cosa rappresentano per te? Da dove nasce la tua ispirazione? Dagli appunti di quei pomeriggi nacque il mio primo libro, pubblicato nel 2023 con la casa editrice Dragonfly Edizioni: L’Ordine dei Rinascenti – Fratello e Sorella. Per me rappresenta l’ingresso nel mondo dell’editoria, ma anche un legame profondo con i miei amici. Nel 2024 ho pubblicato il racconto intitolato “Quantum|Time|Anti Hero” contenuto nella raccolta di novelle “Draupnir del fantastico”, e pubblicato da Winter Edizioni. Quella breve storia è il prototipo del romanzo a cui sto lavorando da circa tre anni: Alter Ego – Oltre il bene e il male, un thriller cyber fantasy il cui tema portante è l’empatia (e la sua assenza). L’ispirazione arriva da molte cose: Libri, film, esperienze quotidiane. Arriva da ogni angolo, quando meno te lo aspetti.
C’è qualcosa — un’emozione, un incontro, un’immagine — che accende in te il desiderio di scrivere? Niente di ciò in realtà. Scrivere è per me come l’ora del thè per gli inglesi, ossia una routine distensiva giornaliera (anche se non sempre) a cui non posso rinunciare.
Hai dei rituali o dei momenti particolari in cui ami scrivere? Amo scrivere al mattino presto. Mi piace il silenzio della cucina e il ronzio leggero del frigo di prima mattina. Non è proprio un rituale, ma è un’atmosfera che mette in moto la mia mente.
Come nasce, concretamente, una tua pagina? Una volta che ho chiara una scena che vorrei scrivere, prendo carta e penna. La mano fa il resto. È un momento in cui si corre liberi. Sbagliare non conta tanto durante la stesura a penna. Poi si ricopia su pc. In genere questo processo richiede giorni, o mesi, perché cerco di essere molto preciso dal punto di vista stilistico. Dopo arriva il momento della correzione di bozze del capitolo, la prima eseguita da me, e per essere ancora più sicuro se sono indeciso, la seconda da strumenti di intelligenza artificiale. Ovviamente è da intendersi che non sto lì a ricopiare parola per parola quello che l’i.a. mi dice, ma a integrare in modo coeso ciò che credo vada bene e si adatti. (Questa operazione vale per i capitoli più complessi in cui c’è bisogno anche di un editing più accurato. In questi termini, le i.a. riescono a farti ragionare bene, se usate a modo). Dopodiché si passa alla terza correzione di bozze, eseguita da me. Il resto è un susseguirsi di revisioni stilistiche e di editing narrativo. È un metodo piuttosto massacrante, ma fa sì che una volta scritto, il singolo capitolo sia abbastanza buono da non venire revisionato milioni di volte in un periodo successivo. È una tecnica che sto sperimentando da due anni circa, ed è piuttosto soddisfacente.
Cosa provi mentre scrivi? C’è un’emozione che ritorna ogni volta che ti ritrovi davanti alle parole? Durante la scrittura si provano centinaia di emozioni, ma la più appagante è la sensazione di soddisfazione quando termino un capitolo e lo considero ben scritto. Non ritorna sempre, ma quando la provo mi sento raggiante di gioia.
Che legame senti con i tuoi lettori? Ti capita di pensare a loro mentre scrivi, o la scrittura nasce come un dialogo più intimo con te stesso? Non ho un legame particolare con i lettori, a dire il vero. Negli ultimi anni, dopo la pubblicazione del mio primo romanzo, ho capito che scrivere è un atto che voglio dedicare a me stesso, per sfogarmi, o per alienarmi – a volte-. Questo non vuol dire però che non cerca di coinvolgere chi mi segue sui social –lettori o semplici web nauti. Anzi. Mi piace stuzzicare la curiosità con i disegni del sexy calendario dell’elfa protagonista del mio nuovo romanzo.
Cosa ti piacerebbe restasse nel cuore di chi legge le tue parole, una volta chiuso il libro? Io spero semplicemente che il lettore rimanga quantomeno soddisfatto per ciò che ha comprato e letto. Colpire al cuore dei lettori è davvero difficile e non credo al momento di avere la capacità di farlo. Dunque mi accontento di poco.
Guardando avanti, cosa sogni o desideri per il tuo percorso di scrittura? C’è un messaggio o un pensiero che vorresti lasciare a chi sta leggendo questa intervista? Spero di concludere la stesura di Alter Ego – Oltre il bene e il male. Non chiedo altro per ora. Il mondo dell’editoria è talmente incasinato! Tuttavia il mio auspicio è quello di scrivere come un autore professionista e pubblicare con CE di spessore.

